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2014: un anno decisivo

06 Lug 2020

- Il silenzio davvero inquietante che da qualche tempo sembra avvolgere la comunicazione pubblica mi induce non a lanciare l'ennesimo lamento contro atteggiamenti di Istituzioni e Associazioni che suonano sempre come condanne definitive per una disciplina che, al contrario, dovrebbe rappresentare una componente decisiva di ogni vero cambiamento.

Credo invece che questo sia il tempo per alcune riflessioni non più rinviabili.
Dopo anni in cui poco si è fatto per la comunicazione pubblica, ma molto se ne è parlato, cosa preannunciano i vistosi cali di matricole nelle università italiane?
Libero ognuno di definire questo fenomeno come meglio crede, ma io penso che questa diminuzione rappresenti un segnale pericoloso, un preludio di tempi difficili.
Così come negli anni passati abbiamo ritenuto inspiegabili gli oltre 80 mila iscritti alle facoltà di scienze della comunicazione (nessun Paese serio potrebbe reggere il peso di 80 mila piccoli Umberto Eco), oggi, di fronte a questa inversione di tendenza, non possiamo sbrigativamente inventare la solita formuletta che alla fine accontenta un po' tutti. Dobbiamo invece prendere atto che è giunto il tempo di un fermo ripensamento.
Gli oltre 80 mila iscritti sono un lusso inspiegabile per un Paese dove, alla fine, la comunicazione pubblica è considerata come quella che deve fare arrivare sui giornali l'immagine dei nostri amministratori.
Si dirà che siamo di fronte a culture diverse che non si prestano ad un confronto. Verissimo. Ma chi avrebbe dovuto porvi ordine in modo che, dopo la legge 150 del 2000, non ci si limitasse a soffocare la comunicazione ma venisse incanalata in un percorso accademico fatto di regole certe e di passaggi coerenti?
In realtà in Italia si continua a parlare di comunicazione pubblica, ma tutt'al più si pensa alla comunicazione politica. Verissimo anche questo. Ma allora perché non stabilire percorsi logici coerenti per chi affronta esami e prove nelle nostre università?
Insomma da qualsiasi parte la si prenda oggi il problema dei problemi è e rimane quello del riconoscimento professionale. Per questo motivo l'attuale silenzio sembra così rumoroso.
Qualcuno ha dichiarato guerra alla burocrazia, ma si è dimenticato di indicarci dove e come avverrà questo epico scontro che ha visto soccombere persino il regime fascista che preferì averla complice piuttosto che combatterla.
Ma se guerra deve essere, servono una logica e una coerenza.
Una guerra prevede obiettivi e fasi diverse. Se tutto questo suonare di trombe e rullare di tamburi dovesse concludersi, tanto per fare un esempio, come accadde per gli sportelli unici che negli anni 80 percorsero l'intero apparato senza alcun risultato accettabile, allora saremmo di fronte alla solita storiella.
Battere la burocrazia non avverrà né in una notte né in un giorno, ma saranno un impegno e un lavoro lunghi e difficili. Soprattutto per chi verrà arruolato nell'armata dei cosiddettisex mother and daughter innovatori (da tempo messa in silenzio dal semplice annuncio di tagli ai servizi e riduzioni dei bilanci).
A chi pensasse che tutto potrà risolversi in una magica formuletta da inserire nell'ennesima circolare ministeriale consiglio la lettura di alcuni seri testi sulla burocrazia.
La burocrazia, dal greco “potere degli uffici”, non si sconfigge né si abbatte, ma la si può piegare a una reale volontà di cambiamento.
Questo è l'obiettivo che dobbiamo porci. I comunicatori pubblici, per quanto potranno, sono pronti a fare del 2014 l'anno del riconoscimento professionale.
Gli altri che cosa dicono, ma soprattutto che cosa fanno?

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