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Made in Italia

06 Lug 2020

- La prima crisi d’identità di un popolo, il segnale della fuga dall’appartenenza a una nazione si dimostra rifiutando la propria lingua. Il disamoramento degli italiani dall’Italia si rende manifesto, prima ancora che dal quadro politico, proprio da questo lampante fattore: gli italiani infatti, mother and son pornstoricamente profondamente ignoranti della lingua inglese, esprimono proprio in inglese sempre più vocaboli, siano essi comuni oppure tecnici.

Se una domestica parla di “gossip” anziché di pettegolezzo, se un ministro di sinistra parla di “welfare” rivolgendosi ad un anziano, quando quasi tutti i neologismi “devono” possedere una matrice anglosassone, ecco allora dimostrato che l’uomo italiano, dall’Italia, vuole fuggire.

La nazione è sfatta, Garibaldi se ne faccia una ragione.

Ticket, spread, vintage, look, mouse, spending review. Per quale motivo utilizzare termini forestieri? Quale fuga mentale si cela in questo atto di comunicazione?

Il fatto preoccupa ancor più in un’economia in cui della nazione si è fatto brand: “Made in italy”, marchio popolarissimo ma contradditorio, che già in sé confessava una visione di breve periodo: “Fatto in Italia” sarebbe stato più lungimirante.

Anche perché all’estero amano tanto la lingua italiana. Mica sono italiani

Bye bye

Commenti (2)
Silvio Della Casa Interessanti riflessioni, proprio in un momento in cui il Politecnico di Milano fa ricorsi a TAR e Consiglio di Stato per "obbligare" chiunque voglia laurearsi in ingegneria a seguire corsi esclusivamente in inglese, anche chi eventualmente, per qualche sua ragione, prevede di svolgere la professione unicamente in Italia....
04 giu 2013 alle 16:24
Elisa Franchina Credo che il rifiuto della lingua italiana si manifesti non nell'uso - per quanto esagerato - di terminologia inglese, ma nel cattivo o pessimo uso della lingua italiana. Tanti i responsabili, in primis ;-) la scuola pubblica alla quale i nostri governi hanno dato sempre meno rilevanza e risorse.
11 giu 2013 alle 19:06
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