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Ecco a voi il "social product". O web 3.0!

23 Feb 2011

Sembra che siano oltre 3 milioni, gli italiani che hanno scoperto internet nell’ultimo anno. Non che prima non ne conoscessero l’esistenza o non ne facessero uso. E-mail, informazione, giochi e divertimento sono i grandi traghettatori che, nati con l’avvento del web, continuano la loro storia affiancando nuovi modelli e possibilità. Ma l’era 2.0 ha portato alla ribalta nuovi bisogni e desideri degli utenti di internet, fino a cambiare i processi industriali oltre che la gestualità quotidiana rivoluzionata dai nuovi “touch devices”. Come?

Che la parola d’ordine fosse “share”, lo avevamo già intuito con il trionfo del più famoso social network, Facebook, che proprio nella condivisione ha trovato lo strumento di differenziazione rispetto a tutte le altre community e “social room” già esistenti nella rete. Ma la voglia di condividere, di dire la propria opinione e di distribuire equamente il sapere in senso più vasto è tale, ad oggi, da aver contagiato tutti i settori, tanto da arrivare ad ipotizzare una nuova forma di capitalismo.

Secondo anche una recente ricerca pubblicata su Harvard Business Review, una delle leve strategiche per reinventare le aziende nei momenti di crisi (anziché ridurre il personale per diminuire i costi) è proprio quella di mantenere alto il surplus di talenti, investendo e coltivando proprio in quelle figure in grado di sviluppare nuovi business con competenza e innovazione. Ma si evidenzia anche come, fra le varie curve ad S del ciclo di vita aziendale, quella del talento sia la meno conosciuta, la meno ovvia e forse la più importante. Le persone, anche ad una stretta analisi finanziaria della crescita aziendale, sono la risorsa più importante perché sono coloro che sono in grado di produrre “il business che si farà domani”.

Ecco allora che in azienda, come fuori nella nostra vita privata, si aprono sempre più spazi di crescita e confronto. Le idee e le persone interagiscono creando anche inconsapevolmente nuovi modelli di business che, mai come oggi, sono stati così frequenti e veloci. Si condividono luoghi, articoli di giornale, foto delle vacanze. Clicchiamo “share” per il cibo che stiamo gustando, il film che desideriamo vedere ma anche per programmi, musica, applicazioni e, sì, business. In principio per le aziende fu l’e-commerce, un nuovo “spazio” dove arrivare con la fase finale della filiera produttiva, quella rivolta al cliente. Oggi non è più così e la condivisione riguarda sempre di più, le primissime fasi del ciclo produttivo. L’imperativo non è vendere ma creare valore. Prima di tutto con le idee. Non solo pubblicando l’ultimo business plan su Slide Share ma anche partecipando a contest creativi su Zooppa, o contribuendo a creare nuovi prodotti grazie alle sempre più numerose commnunity dove gli utenti sono invitati a proporre le loro idee, anche le più bizzarre. Da Mulino Bianco alla professionalissima InnoCentive, sono sempre più numerosi i grandi brand che si affidano ad una risorsa creativa infinita come quella del web, che offre un numero incredibilmente alto di “teste pensanti” e di confronti, a prezzi ridotti pressoché a zero e in uno scambio continuo interno/esterno tra anonimi utenti privati e impegnatissimi manager. Le aziende che ancora negano l’accesso a qualsiasi tipo di piattaforma social, non hanno capito che sharing e crowdsourcing sono due delle prime fonti di grande crescita e sviluppo delle aziende stesse, non perdite di tempo. Come è emerso anche durante la seconda e ultima edizione del Forum della Comunicazione Digitale, il modello di business vincente mette le persone al centro, è un sistema dove sono le persone vere a creare informazione, opinione e valore economico. E, come ha ben sottolineato Giuliano Noci, occorre tendere alla creazione di legami forti, “strong ties”, interazioni rilevanti. Elemento centrale sono i contesti di vita, ovvero contesti dove esiste la possibilità di individuare informazioni e servizi che creano valore per rafforzare quel legame.

Del resto le aziende conoscono bene i vantaggi che possono ricavare dalle attività di crowdsourcing perché in sé, questi spazi virtuali, concentrano bisogni da sempre tradizionalmente e fortemente ricercati dai grandi brand: per esempio perché qualsiasi sessione strategica di un’azienda dovrebbe avere, tra i partecipanti, almeno il 30% di persone sotto i trent’anni, proprio perché i giovani hanno meno sovrastrutture, non sono legati al passato o lo sono molto meno. Oppure perché le menti aperte sono un bene preziosissimo per chiunque voglia operare nei mercati emergenti. O perché la varietà delle professioni, degli skills e del background culturale rappresentano un arricchimento e un valore aggiunto di incredibile importanza. Dove trovare tutto questo scambio, ricambio ed entusiasmo se non nel web? Le persone comuni, che spontaneamente partecipano a questi scambi, infatti, ricevono un’altissima gratificazione da questa attività “creativa”, prima di tutto perché diverte e scatena “l’ego buono” di ognuno di noi tirando fuori le nostre capacità creative. Inoltre, è appagante perché i partecipanti contribuiscono in prima persona al miglioramento di un servizio o di un prodotto a cui tengono. E spesso senza compenso economico ma con la sola gratificazione di vedere il proprio nome in cima alla lista di coloro che hanno contribuito ad un miglioramento di vita.

Insomma non è solo il denaro a muovere il cuore del business, ma sono le persone e i loro valori. E ad un sempre più frequente deterioramento morale, si assiste così ad uno spostamento dei valori sociali che transitano dalle piazze reali delle città, a quelle virtuali del social sharing. Il prodotto è così un “social product” e il web sembra già preparare una sorta di “terza fase”, quella etica che lo vede come grande accentratore di idee e valori, rispetto e condivisione. Del resto, sono sempre di più le voci autorevoli che parlano di un vero momento epocale per l’economia mondiale dove, a fronte di mercati sempre più in difficoltà, politiche che soffocano la crescita economica e crisi devastanti, cresce in maniera esponenziale la ridefinizione di modelli alternativi che si basano su principi di “solidarietà” economica e che sono capaci al tempo stesso di rappresentare le più interessanti case history del panorama economico degli ultimi 20 anni. “Quel che mio è tuo” intitolava Wired di dicembre 2010 nella storia di copertina scritta da una straordinaria economista, Loretta Napoleoni. “Siamo una rete, cambiamo vita”. Il consumo collaborativo non è una metafora per freakkettoni, è qui è ora, lo stiamo già vivendo. E siamo noi a farlo.

Di Federica Ceccanti
Responsabile Marketing e Comunicazione di Gaudì Trade spa
Commenti (3)
Giorgio Maggi ;-) another masterpiece!
24 feb 2011 alle 11:06
Emily Menza Complimenti Federica, davvero un bel punto su uno degli argomenti più avvincenti del momento, che in effetti ha riscosso anche un gran interesse da parte del pubblico al Forum della Comunicazione Digitale.
Ci troviamo in una fase di transizione, in cui ancora le nuove “golden rules” per avere successo nel mercato non sono state scritte, e mettersi in ascolto e osservazione delle tendenze sociali in atto sembra essere una delle cose più sensate da fare, per non rischiare di applicare vecchi modelli a nuovi scenari.
Per comunicare oggi con i potenziali consumatori, le aziende non possono più considerarli un “target” da colpire, ma un pubblico di attori da coinvolgere: passare dall’obiettivo di creare awareness attorno al proprio brand, a quello di suscitare un sincero engagement. E qui emerge tutto il potenziale delle community on line e della dimensione social del web, strumenti potentissimi per “riscaldare” il rapporto con il brand e avvicinarlo al pubblico. Un potenziale davvero enorme che bisogna senz’altro imparare a gestire.
24 feb 2011 alle 13:18
Federica Ceccanti Grazie Emily!
Sono pienamente d'accordo con te, anche perché quella che stiamo mettendo in gioco per il futuro è una posta molto alta che non può avere un approccio "cinico" e autoreferenziale.
A presto,
F
24 feb 2011 alle 13:54
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